sabato 10 marzo 2012

Cile - Santiago - 7a tappa

Una notte di transito a Santiago del Cile, prima di scendere verso il sud: la Patagonia Cilena.
Nella mattinata sono andata a fare un giro della città e a vedere i luoghi famosi della storia recente cilena. Il Palacio de la Moneda, dove resistette e si “suicidò” Allende, con la sua statua, sono toccanti. Il resto del centro città è prevalentemente in stile neoclassico, senza particolari caratteristiche a parte la vecchia Estacion Mapocho, con struttura di ferro e ghisa costruita in Francia, e il Mercado Central pieno di banchi di pesce fresco. Ovunque ci sono barboni e cani randagi per terra, che la gente scansa indifferente...

…spotted…
Ho scopeto il pisco sour! Cile e Perù si contendono la paternità di questo cocktail fatto con pisco (acquavite) e succo di limon de pica,  e fanno bene perchè trovo sia fantastico!

giovedì 8 marzo 2012

Isola di Pasqua - 6a tappa

Fin dall’arrivo all’aeroporto dell’Isola di Pasqua, ti rendi conto dei forti legami con la Polinesia: stessa struttura a gazebo di legno e stessa corona di fiori di benvenuto, stessa lingua mescolata allo spagnolo… L’isola però è pianeggiante, con lievi declivi di prati verdi. La forma è triangolare, perché si è formata da tre vulcani che stavano alle estremità, e tutt’intorno è circondata da scogliere a picco sull’oceano.
L’albergo dove alloggio è stupendo: completamente ecologico, costruito con materiali dell’isola, e coperto da un manto vegetale con oblò che illuminano parte della camera. Si  chiama Hangaroa ed è leggermente fuori rispetto al paese di Hanga Roa (l’unico dell’isola).

L’impatto con l’isola è stato un po’ traumatico. Sono uscita alle 13 per andare all’ufficio della Lan Airlines nel tentativo di cambiare invano un prossimo volo…. Poi cerco di cambiare i dollari, ma la banca è chiusa e l’unico cambia valute è la pompa di benzina. Mi perdo e sotto un sole accecante, e a stomaco vuoto; fermo un pick up carico di bambini, cani, ecc per informazioni e la ragazza che guida apre la portiera e mi fa salire.  Mi ci porta ma è chiuso per la siesta e riapre alle 15. Decido di non aspettare e quindi ritorno nella via principale per prenotare il tour al parco archeologico. Lì non riesco a pagare con la carta di credito perché hanno tolto la luce per un paio d’ore! Allora cerco un bancomat. Primo tentativo fallito (sempre sotto il sole e senza aver mangiato). Entro in una gelateria dove ho dovuto trattenermi a non rubare un cono meraviglioso a un bambino (continuavo a non avere pesos cileni, ovviamente…) per sapere se c’è un altro bancomat: certo il nuovo Santander. Vado pimpante, metto la carta, scelgo l’importo…funziona…wow…ma si blocca tutto!!! Busso nella banca chiusa dove c’è ancora una signora. Mi dice che devo aspettare perché è alimentato con i pannelli solari e fa fatica a far uscire i soldi. Dopo un bel po’ la carta viene rigettata, senza soldi ma in compenso mi arriva un messaggio che sono stati prelevati: dove saranno??? Sfinita me ne sono tornata all’hotel. Il mana, l’energia dell’isola, dov’era finito?
Il giorno dopo, ripresa, sono andata a fare il tour nel Parque National Rapa Nui. Prima di tutto al Rano  Rarako, il vulcano spento, nel cui cratere c’è un grazioso laghetto. Qui venivano costruiti i moai, utilizzando la pietra vulcanica del sito. Se ne trovano tantissimi, nelle varie fasi di lavorazione: venivano scavati orizzontalmente utilizzando strumenti di basalto (non essendoci metalli nell’isola) e poi fatti rotolare distesi o ruotati sulla loro base (ci sono varie teorie) fino agli ahu, piattaforme cerimoniali. Pare fossero circa 900 in origine. A est del vulcano c’è l’Ahu Tongariki che sostiene ben 15 moai in riva all’oceano. Un’emozione incredibile! Un altro sito interessante è la Bahia la Pérouse, dove oltre a un enorme moai disteso, c’è una pietra perfettamente tonda magnetica, chiamata “l’ombelico del mondo” (forse ha ispirato Jovanotti?).
In tutta l’isola ci sono mohai distesi e in piedi ovunque (questi ultimi, però sono stati sollevati solo in epoca recente!). Interessante è il villaggio cerimoniale di Orongo, intanto per la posizione incredibile, affacciato sull’oceano con alcuni piccoli isolotti di fronte, e per la forma delle case in pietra, ellittiche. Chiaro è il riferimento progettuale della forma dell’hotel dove sto! Vicino c’è il cratere del vulcano Ranu Kao, con interna una verdeggiante palude.

L’ultimo giorno mi sono avviata pimpante al Santander per il recupero dei miei soldi fagocitati dal bancomat solare: niente da fare, devo rivolgermi alla Visa in Italia! Rassegnata, ho deciso di andare al Museo Antropologico, dove c’è l’unico occhio di moai autentico recuperato in corallo bianco: assolutamente imperdibile! Ma dopo mezz’ora di cammino sotto il sole, del museo neanche l’ombra ed io cominciavo ad avere uno strano malessere. Fermo, per indicazioni, l’unica macchina che passa, sgangherata, con a bordo uno strano personaggio, a torso nudo, capello brizzolato a boccoli fino in vita e turbante azzurro in testa. Mi apre la portiera e mi dice che mi ci porta lui! E io, malgrado anni di educazione basata sul terrore dello sconosciuto, cosa ho fatto?...sono salita. Mi chiede se sono sola, e cosa rispondo?...SI…Mi propone di andare a  fare un giro dell’isola con lui e stare insieme…A quel punto mi sono sentita morire, la strada era diventata uno sterrato e poi, come per miracolo ( qualcuno lassù mi guarda!) sono arrivata al Museo e scesa di corsa dalla macchina! Mi ha rincorso per chiedermi di dargli 2000 pesetas, gliene avrei dati ben di più! Questo a dimostrazione che malgrado io sia sempre vigile, il colpo di mona è sempre in agguato.

lunedì 5 marzo 2012

Polinesia Francese - Isole Tuamotu - Tikenau

Dopo i tre giorni tranquilla a Bora Bora mi sono trasferita alle Isole Tuamotu. Sono atterrata a Tikeau su una pista quasi inesistente e sono stata l’unica passeggera a scendere dall’aereo! Mi aspettavano con la solita collana di fiori (poi quando te ne vai, te ne danno una di conchiglie…) e mi hanno portato alla Pension Hotu: cinque bungalow spartanissimi sulla sabbia bianca, sotto le palme e in riva al mare più azzurro che ho visto in vita mia. E’ gestita dalla famiglia di un francese e al momento sono la sola ospite.

Armata di pinne e maschera mi sono subito avvicinata, guardinga, al mare. In quel mentre passavano un allegro gruppo di mini squaletti pinna nera (dov’era la mamma?). Aspetto un po’ e…appena guardo sotto con la maschera …una razza!!! Jacques Cousteau affermò che tra tutti gli atolli del pianeta, quello di Tikeau era sicuramente quello più ricco di pesci: ma vah!

Allora il secondo giorno ho deciso di fare il giro dell’isola in bicicletta: preparo lo zaino, chiedo in prestito un cappello di paglia ad Amande, la ragazza di cucina. Scelgo la bici e mi faccio abbassare il sellino, per essere più comoda. Parto salutata da tutto il personale della pension…e comincio a pedalare. La strada è sterrata e sabbiosa e circonda l’atollo. Costeggio sempre l’acqua, ci sono poche casette, una bella chiesetta nel villaggio (dove però la posta era chiusa perché la postina è incinta e non si sentiva bene...) e tante palme da cocco. Qui l’economia è basata sulla copra: polpa essiccata di noci di cocco da cui si estrae l’olio. Faccio un po’ di foto.
Faceva caldo da morire e dopo un’ora comincio a pensare che sono stata una stupida a non portarmi via da bere, sperando di trovare un chiosco… Finalmente vedo una simpatica Pension e decido di andare a bere lì: era la mia Pension Huto e avevo fatto già fatto i 9 km dell’isola!!! Amanda è uscita dalla cucina sghignazzando “ ma sei già tornata? devi aver pedalato in fretta?” e giù a ridere.

Dandomi un contegno mi butto in mare per fare il bagno: a 5 metri dalla riva mi taglia la strada uno squalo di almeno un metro (forse la mamma di quelli di ieri!)… Tra me e Ariel c’è un abisso e mai termine fu più appropriato!
Il secondo giorno sono andata con il proprietario della Pension e la sua famiglia a fare un bel giro nella laguna con il suo motoscafo. La prima tappa è stata in un punto dove le mante vanno a” farsi pulire la bocca” da dei pesciolini blu: sono bellissime, enormi e….sprezzante del pericolo, questa volta sono rimasta a fare snorkeling vicino. Poi ci siamo fermati in un piccolo motu, con delle piscine naturali, a fare il pic nic. Ernest, mentre il pesce era sulla griglia, ha tagliato dei rami di palma, e li ha intrecciati per utilizzarli come piatti da portata: design stupendo! A riva, intanto, banchettavano con le interiora dei pesci, una quantità incredibile di pescecani…

Il giro ha compreso anche la visita dell’Île d’Eden, dove una comunità religiosa (quattro al momento) vive totalmente autosufficienti, coltivando ogni tipo di pianta e allevando animali. E poi l’Île des Oiseaux, dove abbiamo visto moltissimi nidi con uccelli che nidificano lì!
Sicuramente quest’isola è statala la tappa che mi ha emozionato di più dal punto di vista naturalistico: sarà impossibile dimenticare questi colori, questi pesci (!!!) e questa natura lussureggiante.

Polinesia Francese - Bora Bora

La cosa più bella è vedere questa isola dall’alto arrivando in aereo: una parte centrale montuosa e poi tutt’attorno sul reef una serie di isolotti lunghi (motu) dove ci sono i vari resort di lusso.

L’arrivo all’aeroporto, su uno di questi motu, è molto suggestivo: subito prendi un catamarano che ti porta alla tua destinazione. E’ già un giro bellissimo nella laguna. Non sono andata ai resort esclusivi, ma al Maitai Polynesia dove, grazie a un upgrade, ho avuto una stanza arrampicata sulla collina, con vista mozzafiato! Anche il ristorante sulla sabbia, in riva alla laguna, è carinissimo.
Qui mi sono lasciata prendere dallo spleen locale, chiamato fiu (fatica malinconica…, stanca, annoiata).

Altro termine molto usato è tapu, o tabù (importato nelle altre lingue oltre a tatuaggio da tatau), che indica tutto ciò che è proibito e governava l’antica civiltà polinesiana.

lunedì 27 febbraio 2012

Polinesia Francese - Mo'orea

Ho fatto il volo aereo più breve della mia vita: 10 min da Tahiti a Mo’orea, Sono arrivata nel Mo’orea Pearl Resort, sulla bellissima laguna che circonda l’isola all’interno del reef. Anche quest’isola è montagnosa, molto verde e piena di coltivazioni di ananas.
Ho fatto un’escursione di gruppo, malgrado non ami gli intruppamenti, ma era l’unico modo per poter visitare la laguna. Ci sono due Baie, la Cook’s Bay e l’Opunoho Bay, con colori di acqua pazzeschi, dal turchese al blu in tutte le sue gradazioni. La gita prevedeva il feeding (dare da mangiare ai pesci) e fare il bagno tra squali, enormi razze e murene. La mia partecipazione è stata limitata a cinque minuti: quando mi sono trovata, mentre galleggiavo, con una razza sotto e una sopra di me, ho pensato che l’esperienza fosse sufficiente…
Approdati in un isolotto che si chiama Le Motu, c’è stato il pic nic. Mi aspettavo una schifezza invece è stato piacevole, con tanto di lezione di cucina polinesiana e di apertura dei cocchi.

Ricetta: pesce crudo alla polinesiana
Mettere in una ciotola grande pezzetti di tonno crudo. Cospargetelo con una tazza di sale fine. Dopo averlo mescolato, versare sopra abbondante acqua e rimescolarlo. Dopo di ciò scolarlo. Rimesso nella ciotola, versare sopra una tazza di lime spremuto, mescolare, e poi aggiungere pezzetti di pomodoro, cipolla e cetriolo (senza la parte centrale). Alla fine grattugiare la polpa di cocco, e, messa in un telo fine, spremerla per ottenere il latte ( questa ultima operazione penso possa essere sostituita dall’acquisto di un paio di confezioni di latte di cocco al Pam…).

venerdì 24 febbraio 2012

Polinesia Francese - Tahiti - 5a tappa

 
Partita dalle Fiji via Auckland sono arrivata a Pape’ete. E ho sperimentato il cambio data: ho dormito per due volte il 22, una a Nadi e una a Pape’ete…finchè non ti capita non ci rifletti! Ovviamente ho dovuto richiamare a Tahiti, perché avevo sbagliato la prenotazione.
Già quando sono salita sull’aereo della Air Tahiti Nui mi hanno dato il fiore tipico (tiarè) per i capelli, poi all’arrivo un altro. Altra sorpresa è stata poter passare il controllo passaporti da cittadino europeo senza problemi e senza visto d’ingresso. Poi band locale che suonava e naturalmente solito panico all’uscita: sarà arrivata Francesca a prendermi? …dopo un po’ l’ho trovata!!! E’ una bellissima ragazza delle Isole Marchesi, amica di amici, proprietaria dell’albergo Tahiti Nui (design hotel molto carino in centro alla città). Starò lì alcuni giorni finché non mi organizzo per andare nelle altre isole della Polinesia.

Il primo giorno l’ho passato, come il solito, a cambiare i soldi nella nuova valuta e poi nelle varie agenzie per prenotare a Mo’orea, Bora Bora e in un’isola delle Tuamotu. Ho deciso di prendere il pass  aereo che mi permette di visitare le Isole della Società e le Tuamotu, senza limiti di tratte… Dopo a piedi ho girato il centro città, lungo il porto. Non è nulla di particolare: solo un bel mercato caratteristico e un paio di parchi lussureggianti. Da uno a un certo punto vedo uscire ed entrare gruppi di uomini ciascuno con una pagaia in mano. Li seguo e arrivo in un’immensa rimessa di lunghe canoe a bilanciere (va’a) dove andavano ad allenarsi. Ho scoperto lo sport nazionale!!!
L’artigianato dell’isola comprende naturalmente i bellissimi e colorati parei e le incredibili perle nere che provengono delle aziende di coltivazione locale.

Ho accompagnato Francesca alla lezione di ballo tahitiano: sotto una tettoia un gruppo di ragazze/signore dimenava il culetto a ritmo di musica locale, martellante a ritmo di tamburi. Divertentissimo. I miei piedi non riuscivano a stare fermi… Poi a cena siamo andate nel ristorante del marito cinese, dove lei lavora: si chiama ovviamente le Mandarin! Sotto c’è anche un night, dove ci siamo fermate un po’ e…suspance…mi hanno invitato a ballare!

Il giorno dopo, un po’ frastornata, sono stata caricata letteralmente in macchina dall’energica amica Titaha e portata a fare il giro dell’isola con il suo pick up: il Musée de Tahiti et des Iles (che storia affascinante e quanti artisti sono passati da qui!), le varie spiagge, le grotte, le cascate…e il Museo Gauguin. Malgrado la bellissima location in riva al mare, purtroppo non è la casa dove ha vissuto (che non esiste più ed era a circa 4 km di distanza) e ci sono pochissime opere originali e tante riproduzioni.
L’isola di Tahiti Nui è molto montagnosa, con spiagge di sabbia finissima nera brillantinata e alcune sono frequentate da surfisti per le grandi onde. Non esistono costruzioni tipiche, però nei vari distretti ci sono molte chiese, colorate e graziose. I nomi sono comici: Puna’aiua, Pa’ea, Papara, Papeari, etc. Le vocali nella lingua tahitiana abbondano, e le sillabe sono semplici, infantili.

Finito il tour verso sera (dura la vita della turista), Francesca è venuta a prendermi con i suoi bambini per andare a vedere lo spettacolo di danza e canti polinesiani all’Intercontinental il più bello delle isole!) e infine siamo andate a cena a Place Vaiete alle famose Roulottes: camioncini che vendono ogni tipo di cibo.

…spotted…
Malgrado queste isole siano sempre state considerate felici, dipinte da Gauguin e descritte da Melville, e la causa dell’ammutinamento del Bounty, ho saputo che hanno uno dei tassi più alti di suicidi del mondo. Quando ho chiesto perché mi hanno risposto: “Qui la gente si uccide per amore!”…

domenica 19 febbraio 2012

Fiji - 4a tappa

Bula Fiji! Un sogno diventato realtà! Ero così emozionata quando sono atterrata... Non è possibile, io qui?
All'aeroporto un gruppo di musicisti a salutare i passeggeri... Poi le solite pratiche doganali (questa volta ho dichiarato perfino che avevo un po' di cioccolata, per non creare equivoci). Però non è previsto che uno non sappia dove va ad abitare e quindi mi hanno portato in un ufficcietto facendomi un terzo grado: dove vai? ccome si chiama il tuo amico? Alla fine solo dopo aver chiamato la sala attesa degli arrivi e parlato con la Mamy che era venuta a prendermi (l’ho saputo dopo!), mi hanno liberata.

Fuori ciclone tropicale e nessuno con un cartello in mano per me: attimo di terrore! E ora cosa faccio? Si sono dimenticati che arrivavo?

Rientro e vedo dietro una colonna due signore con il foglietto con scritto Paola... Wow... Mi hanno abbracciato, messa una collana di fiori intorno al collo (sevusevu) e tutte contente mi hanno portato a casa!
Che posto incredibile! La casa è tutta in legno locale, decorata ovunque da pitture murali, conchiglie, collane... Molto accogliente! Lì ad aspettarmi ho trovato tutta una famiglia di fijiani (la mia nuova famiglia) a farmi festa! Paolina è la capo-famiglia detta ovviamente Mamy.

Dopo un po' il rito di benvenuto con il kava, una bevanda/intruglio tradizionale ricavata da una radice! L'hanno preparata in una ciotolona, mescolando acqua ed estratto della radice. Filtrato tutto con una maglietta (secondo me se l'erano appena tolta) e poi l'hanno versata nei gusci di cocco, tutto con gesti e frasi propiziatorie! Eravamo nel gazebo in giardino (sempre sotto la pioggia), seduti in cerchio con musica fijiana in sottofondo! Ovviamente l'ho bevuto: alla prima impressione il gusto è fangoso, poi ti accorgi che ti comincia a formicolare la lingua... Dovrebbe rilassare e anche far dormire!!! Mi pare non mi abbia fatto gran che: domani sera ne bevo un po' di più!

Per cena Lucy mi ha preparato un pesce buonissimo condito con latte di cocco (lolo), e la tapioca (kassava) che loro usano al posto del pane!
Ha piovuto tutta la notte ininterrottamente, e già mi vedevo alluvionata alle Fiji sui giornali, sopra il tetto della casa ad aspettare i soccorsi… Invece al mio risveglio era già meglio. Ho fatto conoscenza con i simpatici vicini (di Castelfranco Veneto), mi sono fatta una lavatrice da loro e poi  mi hanno invitato anche a pranzo.

Ad aspettarmi a casa un po’ di donne della famiglia dei custodi che sono venute a farmi visita, tutte sedute a terra, dopo un po’ mi hanno anche fatto un massaggio…qui l’ozio è lo sport locale. Un po’ impegnativo ma penso di riuscire ad abituarmi. Devono aver deciso che non è bello lasciarmi sola e ho una serie di programmi con loro per i prossimi giorni: OMG!
Prima di tutto siamo andati al Villaggio di Natalau, dove i miei compaesani (Adriano il proprietario della casa che mi ospita e Ivana e Angelo) hanno costruito un asilo. Mi aspettavano tutti i bambini; secondo me convocati “spontaneamente” per il mio arrivo poiché mi avevano raccontato che con la pioggia se ne presentavano di solito 3-4… La bandiera italiana era issata e un” welcome Paola” mi aspettava all’ingresso: commovente! Mi hanno messo al collo una collana di fiori di frangipane, cantato le canzoni e preparato un rinfresco. Fatte tutte le foto di rito: non mi hanno dato in braccio una bambina che continuava a grattarsi la testa? Mentre mi fotografavano pensavo: ecco, non ho mai preso i pidocchi in 55 anni e li prendo ora alle Fiji…

Una visita alla città di Nati alla ricerca di qualche souvenir caratteristico e un wifi (introvabile, in questo paese!!!) mi ha fatto scoprire che le Fiji erano la patria dei cannibali e il souvenir più richiesto é la forchetta del cannibale: ne ho comprate 3!!! Bellissime, in legno intarsiato e decorate con paglia intrecciata.
In effetti, le Fiji hanno una storia piuttosto avvincente: qui hanno perfino approdato gli ammutinati del Bounty, E’ stata sempre una terra di conquista, per la posizione (sulla rotta dell’Australia) e perché ricca soprattutto di canna da zucchero. Per coltivarla nel 1870 furono portati dai Britannici molti indiani, con contratti di 5 anni, ma che, perché nessuno pagò loro il ritorno in patria, costituiscono oggi quasi il 40% della popolazione. Pur dopo 130 anni che vivono qui, gli indo-fijiani hanno difficoltà di inserimento, malgrado passeggiando per il centro città ci siano più negozi di sari che di parei (sulu).

Naturalmente non sono mai stata sola:camminavo per le strade seguita da una serie di fijiani della “famiglia”…immaginate la scena. Alla fine li ho portati tutti a mangiare da Mc Donald e li ho fatti felici!
Anche il secondo giorno ci siamo mossi in gruppo: che bello! tutti al mare a Natandola Beach, la più  bella spiaggia di Viti Levu (l’isola principale delle Fiji)! Lì hanno costruito un lussuoso albergo con campo da golf, ma la spiaggia è libera e soprattutto non c’era nessuno.

Ora però voglio descrivermi, visto che non c’è nessuno che può farmi una foto. Fiore di ibisco rosso tra i capelli, pareo, distesa su un’amaca di fronte al mio bure (costruzione tipica fijiana di legno e tetto in paglia), di fronte l’Oceano Pacifico con le onde che si infrangono sulla battigia… Sono arrivata questa mattina con il catamarano Yellow Boat che fa servizio tra le isole Yasawa Group. Sono stata calata in mare aperto su un barchino con la mia sacca (e chi conosce la mia agilità in mare, sa come ero agitata…) e portata qui al Botaira Resort, un villaggio di bure, sparso tra la vegetazione, affacciate sul mare blu e azzurro. Qui passerò i prossimi quattro giorno, fuori dal mondo!
Il tempo è scandito dal tamburo: suona per colazione, pranzo, thè pomeridiano e cena. Per il resto non senti nessun rumore se non il frangersi delle onde. Il primo snorkeling è stato un po’ avventuroso: guardinga sono entrata in mare e subito ho messo pinne e maschera… per fortuna perché qui il corallo, bellissimo, arriva fino a riva. Scampato il primo pericolo a un certo punto, mi sono sentita come un filo di alga vicino alla bocca, cerco di toglierlo, niente. Comincia a bruciarmi e riesco a strapparlo ma mi si aggroviglia sul braccio: dolore! Era una medusa filosa bluette, bellissima! Immediatamente ho cominciato a pinnare come una disperata fino a riva, e corsa nel capanno della reception mi hanno subito versato sopra dell’aceto. Risultato: faccia e braccio rossi e gonfi.

Ho prolungato di un giorno: si sta troppo bene! Il “resort” è estremamente spartano ma ha il suo fascino. Faccio snorkeling, leggo, oggi mi sono avventurata fino al villaggio fijiano dall’altra parte dell’isola: passeggiata impegnativa, tra salita e discesa del picco dell’isola e passaggio di una pietraia nell’altra spiaggia, ne sono uscita solo con una storta al piede. In compenso la guida locale mi ha sostenuto tutto il tempo perché era scivolosissimo. Nell’isola vive una comunità di 300 persone, molti bambini, e hanno una bella scuoletta, una chiesa cattolica (con tanto di Bibbia scritta in fijiano) e molte baracche…Mi hanno raggiunto gli amici italiani e così ho un po’ di compagnia (fino ad ora eravamo in 5: io, una coppia di ragazzi australiano-svedese, e una coppia di signori giapponese-americano). Malgrado la mia capacità di tenere su la conversazione in tutte le lingue ho dovuto sviluppare l’argomento tempo in tutte le sue varianti (come dice Jane Austen quando una signora non sa cosa dire e meglio che parli del tempo…).


Gli ultimi giorni a Nadi sono stati tranquilli, dedicati a gironzolare per le varie zone della città a fare ulteriore shopping, e a lavorare un po’…

Ultima sera cena d’addio con tutta la famiglia fijiana, con musica, canti, balli e promessa che ritornerò…Vinaka Fiji!
…spotted… 

Caratteristica della popolazione fijiana è la curiosità. Qualsiasi incontro, dal bigliettaio del bus alla cameriera del ristorante, viene immediatamente seguito da un terzo grado. Da dove vieni? dove vai? In che albergo stai? …ah sei da degli amici, dov’è la casa? Quanto ti fermi? Sei sposata? Hai figli? Quanti anni hai (sic)? Soddisfatti delle tue risposte, solo se complete e con dovizie di particolari, spesso accade che raccontino i fatti tuoi in tua presenza a un amico in fijiano: ti segnano con il dito e capisci che sei tu l’oggetto della conversazione! In più hanno un’ottima memoria e a distanza di anni, quando torni, si ricordano di te…